Fratelli d'Italia
L'Italia s'è desta,
Dell'elmo di Scipio
S'è cinta la testa.
Dov'è la Vittoria?
Le porga la chioma,
Ché schiava di Roma
Iddio la creò.

Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.


Dall'Alpi a Sicilia
Dovunque è Legnano,
Ogn'uom di Ferruccio
Ha il core, ha la mano,
I bimbi d'Italia
Si chiaman Balilla,
Il suon d'ogni squilla
I Vespri suonò.

Stringiamci a coorte....


Noi fummo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
Raccolgaci un'unica
Bandiera, una speme:
Di fonderci insieme
Già l'ora suonò.

Stringiamci a coorte....


Son giunchi che piegano
Le spade vendute:
Già l'Aquila d'Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d'Italia,
Il sangue Polacco,
Bevé, col cosacco,
Ma il cor le bruciò.

Stringiamci a coorte....


Uniamoci, amiamoci,
l'Unione, e l'amore
Rivelano ai Popoli
Le vie del Signore;
Giuriamo far libero
Il suolo natìo:
Uniti per Dio
Chi vincer ci può?

Stringiamci a coorte....


Evviva l'Italia,
dal sonno s'è desta,
dell'elmo di Scipio
s'è cinta la testa.
Dov'è la vittoria?
Le porga la chioma,
chè schiava di Roma
Iddio la creò.

Stringiamci a coorte....



Questo è davvero, per tanti aspetti, “II Canto degli Italiani", e non solo perché tale è il suo titolo originale, e nemmeno perché il 12 ottobre 1946, nel corso dei lavori dell'Assemblea Costituente, un provvedimento governativo lo volle "inno nazionale italiano" (a titolo provvisorio, a dire il vero; ma dopo più di mezzo secolo è forse il caso di rivendicare una sorta di prescrizione acquisitiva). Nei suoi versi appaiono, in una sintesi forse non originale ma certo significativa, molti dei miti  fondanti dell’identità nazionale italiana. Il titolo "Inno di Mameli", con cui è per lo più conosciuto  e citato, appare invece limitativo e impreciso: perché mette ingiustamente in secondo piano l'apporto del musicista Michele Novaro, e perché lascia intendere che Goffredo Mameli - il giovane poeta genovese morto, combattendo, a 23 anni non ancora compiuti - abbia scritto i versi di un inno solo; cosa non vera. L'importanza, e la complessità tematica, di questo testo suggerisce l'opportunità di un‘analisi meno frettolosa e articolata strofa per strofa.

"Fratelli italiani, l'Italia si è risvegliata e ha ricoperto il capo con l'elmo di Scipione. Dov'è la Vittoria? Le porga i capelli, in segno di sottomissione:  Dio  la creò  schiava di  Roma".
Al di là della  “bruttezza" dei versi, del ritmo saltellante e infantile, della qualità delle figure retoriche, che al nostro orecchio possono a volte sembrare intollerabili (ma allora bisognerebbe  essere conseguenti e buttare al macero, insieme al buon Mameli, la stragrande maggioranza dei “grandi poeti”  della nostra tradizione classica, neoclassica, romantica e postromantica), questa prima strofa si presenta come sintesi mirabile dei temi più diffusi, allora, nella letteratura patriottica: si pensi, per un riferimento "alto", alle composizioni dette "civili" di Alessandro Manzoni: “Il proclama di Rimini”, “Marzo 1821", il primo coro dell’Adelchi, il coro del Conte di Carmagnola.  Schiettamente manzoniani sono il tema della fratellanza ("Siam fratelli; siam stretti ad un patto". D’una terra son tutti: un linguaggio / parlan tutti: fratelli li dice / lo straniero"; "Altri forti a quel giuro / rispondean da fraterne contrade"; "fratelli su libero suol") e il tema del risveglio del popolo italiano dopo i secoli di sottomissione allo straniero ("Un volgo disperso repente si desta"). Derivazioni dirette dal pensiero mazziniano sembrano invece il riferimento a Scipione l'Africanoe alla sua vittoriosa azione militare (“l'elmo") che liberò l'Italia dall'occupazione di Annibale e portò al trionfo di Zama (202 a. C.), nella fase finale della seconda guerra punica; nonché il richiamo alla volontà di Dio e alla missione da Lui assegnata al popolo italiano e all'Italia tutta (“Roma”).

"Stringiamoci in file serrate, pronti anche a offrire la nostra vita: è l'Italia che ci chiama".
Questo ritornello - a volte orribilmente storpiato in "Stringiamoci a corte", che è l'esatto contrario di quello che il repubblicano Mameli poteva auspicare - conferma il richiamo alla tradizione militare antica: la  “coorte" era la decima parte della "legione", struttura base dell'esercito combattente di Roma repubblicana. In sette coorti era organizzata anche la "Legione lombarda",  costituita durante il periodo delle repubbliche giacobine, e che per prima innalzò, il 16 novembre 1796 in piazza Duomo a Milano, il tricolore italiano.
 Il tema della morte, intesa come prospettiva eroica, di gran lunga preferibile all'accettazione del  dominio straniero, era largamente diffuso nella letteratura militante dell'epoca: "Se non partissi  anch'io sarebbe una viltà" ; e poi, e soprattutto: "Chi per la patria muor vissuto è assai,/ la fronda  dell'allor non langue mai; / piuttosto che languir sotto i tiranni / è meglio di morir nel fior degli  anni''.

 "Da secoli, in tanti, ci han calpestato e deriso, perché non siamo un vero popolo, perché siamo di-
 visi. Ci raccolga, ora, un'unica bandiera, una sola speranza: di fonderci insieme è già suonata l'ora".
 Due grandi temi percorrono i versi di questa seconda strofa; da una parte una punta di vittimismo, in apparente contrasto ma, italicamente, in perfetto ossimorico accordo col trionfalismo precedente (la Vittoria che Dio ha voluto schiava di Roma, ecc. ecc.); dall'altra un'accentuazione sull'unità  che e molto mazziniana ma anche - è risaputo - manzoniana, in grazia soprattutto di quello che  resta, probabilmente, il verso più brutto della letteratura italiana: "Liberi non sarem se non siam  uni" ("II proclama di Rimini" ).

"Uniamoci e amiamoci, l'unione e l'amore additano ai popoli i progetti di Dio. Giuriamo di liberare
il suolo della Patria: uniti nel nome di Dio, chi mai potrà sconfiggerci?".
Torna l'idea mazziniana secondo cui, nel grande disegno di Dio, ogni popolo ha il suo ruolo; aderire a questo disegno conferisce l'invincibilità (confronta a questo proposito, in un altro inno scritto da Mameli e intitolato "Dio e popolo", i versi dei ritornello: "Quando il popolo si desta / Dio combatte alla sua testa, / la sua folgore gli dà"). Entrano qui in gioco, però, altri due temi: lo stretto rapporto fra unione e amore, e l'accentuazione sul valore supremo della libertà.

"In tutta Italia, dalle Alpi alla Sicilia, dovunque è Legnano; ogni patriota ha il coraggio e la forza di Francesco Ferrucci; ogni bimbo d'Italia si identifica con Balilla; il suono di ogni campana chiama alla rivolta, come avvenne in occasione dei “Vespri siciliani".
Questa quarta strofa presenta, con un excursus storico disinvolto ma efficace, quelli che Mameli riteneva quattro episodi paradigmatici, esempio, simbolo, anticipazione dell'inevitabile destino di vittoria della nuova Italia-nazione. 1176: battaglia di Legnano: i Comuni della Lega lombarda sconfiggono l'imperatore di casa sveva Federico Barbarossa, e salvano ed estendono quel certo livello di autonomia che i tempi avevano fin allora consentito. 1530: Francesco Ferrucci muore eroicamente a Gavinana, combattendo un'impossibile battaglia contro Medici, Papato e Impero, coalizzati contro la Repubblica di Firenze; "Vile! Tu uccidi un uomo morto!", sono le sue ultime parole, rivolte all'orrido e squallido Fabrizio Maramaldo. 1746: un ragazzino di Genova soprannominato Balilla, che la tradizione identifica con tale Giovan Battista Perasso, tirando inopinatamente un sasso contro un gruppo di soldati austriaci impantanati per strada, dà il via a  una sanguinosa, e vittoriosa, rivolta popolare. 1282: i Francesi dell'usurpatore Carlo d'Angiò vengono aggrediti, a Palermo, da un gruppo di popolani inferociti, a causa - pare - di un complimento un po' pesante rivolto da un soldato a una siciliana, all'uscita di chiesa, una domenica
pomeriggio, dopo il rito dei vespri; dai tafferugli alla rivolta, guidata da Giovanni da Procida, il passo è breve: i Francesi sono letteralmente, e rapidamente, cacciati dall'isola. Legare i quattro  episodi a una sorta di filo rosso della coscienza patriottica italiana lungo il corso di sette secoli rappresenta senza dubbio una forzatura, ma va detto, anche in questo caso, che tali legami non sono stati certo inventati da Goffredo Mameli. Qualche citazione? C'è solo l'imbarazzo della scelta. Giuseppe Giusti: "Sugli occhi all'oppressor baleni un ferro / d'altra miniera; / della miniera che vi diè le spade / quando nell'ira mieteste a Legnano / barbare torme, come falce al piano / campo di biade". Giovanni Berchet: "Nel coglier dell'uve, nel mieter del grano, / dovunque è una gioia, fia sempre Legnano / l'altera parola che il canto dirà". Terenzio Mamiani: "S'inoltra, e nell'austriaco gigante / vibra pur egli un picciol sasso, e basta. / Come fiamma in istoppie, arde, s'avventa / e propagasi l'ira in ogni petto". Ancora Mamiani: "Di condottier lombardi havvi uno stuolo, / sul cui brocchier con lettere di luce / e bei lampi di sol scritto è: Legnano". Del medesimo:  "V'ha della tosca libertà l'ucciso / ma non vinto campion, che il petto sparso / ha di tremole stelle, e son le punte / ond' ebbe in Gavinana al ciel tragitto". Ancora Giusti: "Ma largo largo non vi stette mai, / anzi un giorno a Palermo lo stroppiai". Pietro Sterbini: "Viva viva l'invitta Palermo/ (...) / dalla terra dei Procida venne / la virtù che a combattere invita / (...) / quando all'armi la patria chiamò".

"Le spade mercenarie si piegano come giunchi; l'aquila, simbolo dell'impero austriaco, ha perduto le sue penne; essa, alleata coi Cosacchi dello zar di Russia, si è abbeverata del sangue italiano e di quello polacco, ma il sangue degli oppressi le ha bruciato il cuore".
Di questa quinta strofa (l'ultima da noi analizzata ed eseguita, chè la sesta riprende la prima pressoché alla lettera) va messa in evidenza una certa originalità nelle metafore. L'aggettivo  "vendute" rende con grande efficacia la polemica contro le truppe mercenarie largamente utilizzate
nell' esercito austriaco. L'aquila che si nutre di sangue ma finisce avvelenata e spelacchiata è un immagine icastica, che consente al poeta di riaffermare una sua convinzione profonda: mettersi contro i diritti dei popoli porta inevitabilmente alla disfatta.

I versi del "Canto degli Italiani" furono scritti da Goffredo Mameli nel settemhre-ottobre del 1847
ed inizialmente cantati su una generica melodia popolare. Le prime esecuzioni pubbliche della versione di Novaro furono ospitate nei locali dell'Accademia Filarmonica di Torino, oggi sede del Teatro Gohettì, sulla cui facciata si può ammirare una grande lapide commemorativa. Bersezio racconta che "l'effetto fu enorme. Pochi giorni dopo tutta Torino sapeva quel canto, poi tutto il Piemonte, poi tutta l'Italia".

Il 10  dicembre, in occasione della ricorrenza della cacciata degli Austriaci da Genova (ricordate l'episodio di Ballila?), l'inno venne intonato, sulla musica di Michele Novaro, con enorme successo, davanti a un pubblico di trentamila patrioti. Nell’esecuzione si è scelto di evitare, a partire dalla seconda strofa, la ripetizione dello stesso testo nelle due sezioni in cui si divide la parte cantata, ma di contrapporre le diverse strofe per realizzare una versione integrale che mantenga un equilibrata durata musicale complessiva.
Ognuna delle strofe è composta da otto senari: i versi 1, 3 e 5 sono sdruccioli, o terminano comunque con un dittongo; sono piani, e rimano fra loro, i versi 2 e 4, nonché i versi 6 e 7; tutti i versi finali di strofa sono tronchi e rimano fra loro.
Il ritornello è formato da tre senari: i primi due rimano fra loro, l'ultimo è tronco e rima con tutti  i versi finali di strofa.